Addio

Ho messo nello zaino il caricatore, anche se non so dove andrò ne se potrò telefonare.
Mia mamma ha riempito una borsa di roba da mangiare, tutto quello che ha trovato in dispensa,  ma lascerò tutto qui perché è pesante, e poi chissà quando potrà andrà a fare la spesa.
Papà è nervoso, non so se perché sto andando via o perché pensa a quel fucile appoggiato vicino alla porta. Io lo so, che non sa usarlo, lo so che non ne ha mai toccato uno. So che lo odia. Lo so.
A loro non ho detto che ho paura, vedo nei loro occhi l’ansia, sento che aspettano solo che io salga su quel pullman per piangere. Anche io aspetto solo questo, stiamo facendo una gara a chi non cede.
Giro per casa cercando cose da prendere, cercando di evitarli, facendo la dura, scherzando ma senza sorridere. Non voglio andare ma il tempo scorre, rischio di rimanere bloccata qui.
Li guardo e vorrei chiedergli “devo proprio?”, e ancora “venite anche voi per favore?”. Ma la risposta è nei loro sguardi.
Mi avvio, e sulla porta mia mamma si volta, non vuole dirmi niente, e io la amo e la odio per questo. Ma è ora.
Sono fuori. Giù dabasso guardo il condominio, la strada deserta, i buchi nel muro della scuola. Il fumo in lontananza. Sento i colpi di fucile.
Tornerò? Sarà ancora casa mia? Dove andrò sarà un rifugio, niente altro. È qui, casa. Qui c’è il mio mondo. C’era.
Addio…

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